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Gay & Bisex

Il sapore del sale e delle labbra


di Membro VIP di Annunci69.it Angel1965
19.03.2026    |    1.086    |    0 8.0
"Andrea cominciò a muoversi, la testa che andava su e giù, le mani che afferrarono i fianchi di Angelo per tenerlo fermo, come se volesse divorarlo..."
Angelo fugge dalla routine opprimente
dell’officina paterna e trova rifugio in un
albergo sulle colline liguri. Ma quando un
uomo misterioso irrompe nella stanza
numero sette, il bisogno di evasione si
trasforma in qualcosa di molto più
pericoloso e inebriante. Tra profumi di
resina, vino bianco e …
L’estate del 1990 aveva un sapore diverso. L’aria sulle colline liguri era pesante di sale e di pini, quel profumo
resinoso che si attaccava alla pelle insieme al sudore. Angelo, venticinque anni appena compiuti, aveva lasciato
Genova al tramonto con la sua Fiat Panda rossa, le gomme che scricchiolavano sulle curve strette della statale, la
radio a tutto volume che sparava Vasco Rossi a palla. Non aveva una meta precisa, solo il bisogno di staccare la
spina dall’officina del padre, dalle mani unte di grasso, dalle discussioni infinite su quando avrebbe "preso sul
serio la vita". Quella sera, la vita la voleva prendere a schiaffi, o meglio, la voleva affogare in un bicchiere di vino
bianco e in una stanza d’albergo con le lenzuola che profumavano di amido e di promesse.
L’albergo La Terrazza era un posto modesto, una costruzione in pietra rosa con le persiane verdi scrostate dal
sole, appollaiato su un costone che dominava il mare. Angelo parcheggiò sotto un ulivo, il motore che tossiva
prima di spegnersi. Dentro, la hall era fresca, le piastrelle a scacchi neri e bianchi lucide come se qualcuno le
avesse appena leccate. Dietro il bancone, una signora sulla sessantina con i capelli cotonati e un sorriso stanco
gli chiese se avesse prenotato. Lui scosse la testa, si passò una mano tra i capelli neri, corti e arricciati dal sudore.
"No, ma ho bisogno di una stanza. Anche solo per una notte."
"Abbiamo la numero sette, in fondo al corridoio. Vista mare, ma il bagno è in comune," disse lei, spingendo verso
di lui un registro con la penna legata con uno spago. Angelo firmò distrattamente, Angelo Rossi, la grafia
nervosa, le dita che tremavano appena. Non era l’emozione per la stanza, ma qualcosa di più sottile, una
tensione che gli serpeggiava nello stomaco dal momento in cui era entrato. Forse era il modo in cui la luce del
lampadario si rifletteva sul legno consumato del bancone, o forse era l’odore di sigaretta mista al profumo
dolciastro di un dopobarba maschile che aleggiava nell’aria.
Salì le scale, la valigetta di pelle consunta che batteva contro la coscia. Il corridoio era stretto, le porte di legno
scuro con i numeri in ottone opaco. La numero sette era l’ultima, la chiave girava con un rumore metallico che
sembrò echeggiare nel silenzio. Dentro, la stanza era più grande di quanto si aspettasse: un letto matrimoniale
con la testiera in ferro battuto, un armadio a specchio che rifletteva la sua immagine stanca, una finestra aperta
sul buio del mare. Angelo gettò la valigetta sul letto, si sfilò la maglietta sudata e la lasciò cadere a terra. Il
ventilatore a pale sul soffitto girava pigro, muovendo aria tiepida. Si sdraiò sul materasso, le molle che
scricchiolavano sotto il suo peso, e chiuse gli occhi.
Fu il rumore della porta che si apriva a fargli riaprire le palpebre di scatto. Un uomo era sulla soglia, la sagoma
illuminata dalla luce fioca del corridoio. Alto, più di Angelo, con le spalle larghe che riempivano lo stipite.
Indossava una camicia bianca, le maniche arrotolate fino ai gomiti, i primi due bottoni slacciati che lasciavano
intravedere un triangolo di pelle abbronzata e una peluria scura. I pantaloni di lino beige gli aderivano alle cosce
muscolose, e quando fece un passo dentro la stanza, Angelo notò il modo in cui il tessuto si tendeva sul cavallo,
come se ci fosse qualcosa di grosso e pesante nascosto lì sotto.
"Scusa, mi sono sbagliato," disse l’uomo, la voce bassa, quasi roca. Ma non si mosse. Rimasero lì, uno di fronte
all’altro, Angelo mezzo nudo sul letto, l’altro ancora in piedi, la porta semiaperta alle sue spalle. L’aria si fece
improvvisamente più densa, come se qualcuno avesse chiuso tutte le finestre.
"No, questa è la sette," rispose Angelo, la gola secca. Si sollevò sui gomiti, sentendo i muscoli delle braccia
tendersi. L’uomo — Andrea, si sarebbe chiamato Andrea — fece un altro passo dentro, e la porta si chiuse con
un click definitivo. Il rumore sembrò risuonare tra le ossa di Angelo.
"Allora è il destino," disse Andrea, e sorrise. Non era un sorriso largo, ma qualcosa di più lento, quasi predatorio,
che gli incurvava le labbra carnose e gli faceva brillare gli occhi scuri. Aveva la barba di un giorno, ispida, che gli
ombreggiava la mascella squadrata. Angelo deglutì, sentì il battito del cuore martellargli nelle tempie. Non era la
prima volta che un uomo lo guardava così, ma era la prima volta che non aveva voglia di distogliere lo sguardo.
Andrea si avvicinò al letto, i passi lenti, calcolati. Angelo non si mosse, anche se ogni istinto gli urlava di alzarzi, di
mettersi a sedere, di fare qualcosa. Invece rimase sdraiato, il torace nudo che si alzava e abbassava troppo in
fretta, i boxer attillati che cominciavano a diventare scomodi. Quando Andrea fu abbastanza vicino, Angelo poté
vedere le vene che gli correvano lungo gli avambracci, il modo in cui le dita si flettevano appena, come se stesse
resistendo all’impulso di toccare.
"Ti disturbo?" chiese Andrea, anche se era chiaro che non gli importava della risposta. Si sedette sul bordo del
letto, il materasso che cedette sotto il suo peso, facendolo inclinare verso Angelo. Il profumo di lui era una
miscela di tabacco, cuoio e qualcosa di muschiato, un odore che si insinuò nelle narici di Angelo e gli fece
contrarre lo stomaco.
"No," mentì Angelo. La sua voce era un raschio, quasi irriconoscibile. Andrea allungò una mano, le dita che
sfiorarono il ginocchio di Angelo, proprio dove la pelle era più sensibile, appena sopra la rotula. Il tocco era
leggero, quasi casuale, ma bastò a fargli venire la pelle d’oca su tutto il corpo.
"Bene," disse Andrea. Poi, senza preavviso, la sua mano scivolò più su, lungo la coscia di Angelo, le dita che si
insinuavano sotto l’orlo dei boxer, sfiorando il pelo scuro che ricopriva l’inguine. Angelo trattenne il fiato, le dita
dei piedi che si arricciarono contro le lenzuola. Non si tirò indietro. Non disse no.
Andrea si chinò, il viso così vicino che Angelo poté sentire il suo respiro caldo sul collo. "Sei sicuro che non ti
disturbo?" sussurrò, le labbra che sfioravano il lobo dell’orecchio di Angelo. La sua mano, nel frattempo, aveva
trovato ciò che cercava: il cazzo di Angelo, già duro, che premeva contro il cotone dei boxer. Le dita si chiusero

attorno all’asta, stringendo appena, e Angelo gemette, un suono basso, animalesco, che non riconobbe come
suo.
"Cazzo," ansimò, la testa che cadeva all’indietro, esposta. Andrea rise, un suono profondo che vibrò contro la
pelle di Angelo.
"Esattamente," disse. Poi lo baciò.
Non fu un bacio dolce. Fu un morso, quasi, le labbra di Andrea che si schiacciavano contro quelle di Angelo con
una fame che non lasciava spazio a esitazioni. La sua lingua si insinuò dentro, esplorando, dominando, mentre la
mano continuava a strofinare il cazzo di Angelo attraverso il tessuto, il pollice che premeva sulla punta già
bagnata. Angelo gemette nel bacio, le mani che si aggrappavano alle lenzuola, le unghie che affondavano nel
cotone. Sentiva il peso di Andrea sopra di lui, il calore del suo corpo, l’erezione dura che premeva contro la sua
coscia.
Andrea si staccò appena, gli occhi lucidi, le pupille dilatate. "Voglio vederti," disse, la voce roca. Non aspettò il
permesso. Con un movimento rapido, afferrò l’orlo dei boxer di Angelo e li tirò giù, liberando il suo cazzo che si
drizzò, rosso e pulsante, contro l’addome. Andrea emise un suono gutturale, quasi un ringhio, e Angelo sentì un
brivido percorrergli la schiena.
"Porca puttana," mormorò Andrea, la mano che si chiudeva attorno alla base del cazzo di Angelo, il pollice che
spalmava il liquido preseminale sulla punta gonfia. "Sei bellissimo." Poi si abbassò, la bocca aperta, la lingua che
usciva a leccare la lunghezza dell’asta, dalla base fino alla cima, in una lunga, lenta carezza bagnata.
Angelo sobbalzò, le dita che si intrecciavano tra i capelli di Andrea, tirandogli la testa all’indietro. "Dio, sì,"
ansimò, le anche che si sollevavano dal materasso, spingendo il cazzo verso quella bocca calda. Andrea rise di
nuovo, un suono vibrante contro la pelle sensibile, poi lo ingoiò tutto, fino in fondo, la gola che si contraeva
attorno alla punta.
Il calore umido della sua bocca era troppo, la pressione delle labbra, il movimento della lingua che girava attorno
al fusto. Angelo chiuse gli occhi, la bocca aperta in un gemito silenzioso, le cosce che tremavano. Andrea
cominciò a muoversi, la testa che andava su e giù, le mani che afferrarono i fianchi di Angelo per tenerlo fermo,
come se volesse divorarlo. Ogni volta che risaliva, la sua lingua si attardava sulla fessura della punta,
raccogliendo il precum che colava, poi tornava giù, ingoiando tutto, senza esitazione, senza fiato.
"Cazzo, sto per venire," ansimò Angelo, le dita che stringevano i capelli di Andrea, tirandolo via. Ma Andrea non
si fermò. Anzi, affondò di più, la mano che si chiudeva attorno alle palle di Angelo, massaggiandole con una
pressione perfetta. Angelo sentì il piacere montare, un’onda che partiva dalla base della spina dorsale e si
propagava in tutto il corpo, fino a esplodere in un orgasmo che gli strappò un grido strozzato.
Andrea ingoiò tutto, ogni goccia, la gola che lavorava attorno al cazzo di Angelo mentre lui veniva, i fianchi che si
sollevavano in scatti incontrollabili. Quando finalmente si staccò, le labbra lucide, gli occhi che brillavano di
soddisfazione, Angelo era un pantano di sudore, il petto che si alzava e abbassava come se avesse corso una
maratona.
Andrea si leccò le labbra, lentamente, come se volesse assaporare ogni residuo. "Ora tocca a me," disse, e si alzò
in piedi, cominciando a slacciarsi i pantaloni. Angelo, ancora stordito, si sollevò sui gomiti, gli occhi incollati alle
dita di Andrea che liberavano il suo cazzo.
Non era solo grosso. Era enorme. Spesso, venato, la punta larga e umida che sporgeva da un ciuffo di peli neri e
ricci. La base era circondata da palle pesanti, che pendevano tra le cosce muscolose. Angelo sentì la bocca
seccarsi, il cazzo che già cominciava a risvegliarsi di nuovo.
Andrea si passò una mano lungo l’asta, strizzando appena la punta, da cui uscì una goccia di liquido che colò
lungo il dorso. "Vieni qui," ordinò, la voce un ringhio. "In ginocchio."
Angelo obbedì. Si mise carponi sul letto, poi scese, le ginocchia che affondavano nel tappeto ruvido. Andrea si
avvicinò, il cazzo a livello della sua bocca, la mano che gli afferrò i capelli, tirandogli indietro la testa. "Apri,"
disse.
E Angelo aprì.
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